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    La cucina degli anni Trenta: il menu autarchico

    A partire da domenica 13 aprile nelle trattorie locali

    A margine della mostra “La battaglia del grano, autarchia, bonifiche, città nuove”, le trattorie del luogo propongono un menu che si ispira alla cucina degli anni Trenta. L'indipendenza nei rapporti economici e politici perseguita dal governo italiano già negli anni Venti e infine proclamata con l'autarchia dopo le sanzioni del 1935 condizionò infatti la vita degli italiani in tutte le forme, compresa quella alimentare. La mancanza di materie prime estere costrinse alla ricerca di materie prime alternative, i cosiddetti “surrogati”: la fondazione di Torviscosa, per esempio, è legata al tentativo di estrarre la cellulosa dalla canna, anziché dal legno, e il nome del paese deriva dalla viscosa, la cosiddetta seta artificiale prodotta dalla SNIA. Allo stesso modo, il tè, commercializzato dagli inglesi, è sostituito con il carcadè di provenienza eritrea, il caffè con l’orzo o la cicoria; la carne è limitata a quella degli animali da cortile o sostituita con il pesce e alla pasta si preferisce il riso. In cucina scarseggiano anche i grassi, che devono essere destinati all'industria bellica, e, soprattutto, si devono utilizzare prodotti italiani e non ci si deve permettere alcuno spreco.

    Le proposte gastronomiche delle trattorie locali utilizzano prodotti nostrani e ricette originali, ricavate da alcune pubblicazioni dell'epoca, come "La cucina durante le sanzioni” a cura del cuoco Battista Bassanelli (1936), “Autarchia nell'alimentazione. Corso di economia domestica” di Giovanni Longo (1941), “La cucina autarchica” di Elisabetta Randi (1942), i numeri degli anni Trenta della rivista “La cucina italiana”.




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